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Come sempre, grazie per la qualità dei contenuti che proponete. Da giovane consulente, trovo estremamente utili materiali come i dati macroeconomici – ad esempio quelli sulla crescita del PIL – sia per le formazioni che tengo, sia per gli approfondimenti che faccio con le aziende.
Spesso però mi confronto con realtà che non sono ancora pronte a recepire queste informazioni come leve decisionali: domande come “a cosa mi serve sapere queste cose?” o “perché portare ulteriore negatività in un contesto già complesso?” sono piuttosto frequenti.
Per questo, mi piacerebbe vedere un vostro approfondimento proprio su questo aspetto: come rendere questi contenuti più accessibili, rilevanti e utilizzabili in contesti aziendali meno maturi.
Grazie ancora e continuate così!
Simone, nella mia esperienza hai molto ragione, ho molti colleghi poco abituati alla analisi dati economici, anche basilari (es. l’aspettativa di inflazione non è ininfluente sulle decisioni dei prezzi)
propongo ai compari
REnato
Buongiorno,
seguo da sempre il vostro podcast (e prima vi seguivo anche in Belve) e mi complimento per la serietà dei vostri interventi. Certe puntate sono davvero fenomenali, altre sono davvero molto tecniche: le ascolto, ma non capisco proprio tutto (purtroppo). Qualche rara volta mi trovo in disaccordo.
Comunque grazie per il vostro utilissimo servizio. Ho anche cercato di diffondere il podcast, con qualche risultato.
A proposito della penultima puntata, relativa all’analisi del voto referendario, non avete accennato al fatto che, in tre regioni italiane (di non poca importanza) abbia vinto il SI. Non credo si tratti solo di un segno di vicinanza al governo; forse indica che le regioni più produttive, sentano in misura maggiore la necessità di un cambiamento ed ammodernamento nella struttura dello Stato.
La “questione settentrionale” non viene più citata da nessuno, purtroppo.
Un cordiale saluto a tutti
Elisabetta Guarise
Grazie mille
tieni conto, e vale per altri commenti, che abbiamo commentato il lunedì sera quando lo spoglio doveva ancora finire quindi con dati provvisori e incompleti.
Renato
Carissima compagnia di Don Chisciotte, grazie mille per il vostro impegno e il vostro lavoro. È sempre un piacere sentire le vostre argomentazioni informate e intelligenti, soprattutto quando non sono d’accordo con voi. In particolare sull’argomento social media ho ascoltato con attenzione sia la prima puntata sia le repliche nella seconda, e devo dirvi che secondo me ci sono alcuni errori di fondo nelle vostre valutazioni e argomentazioni. Renato, l’accusa ai social media non è che il loro prodotto accidentalmente causa dipendenza, problema di cui dovrebbero eventualmente occuparsi le famiglie, bensì che il loro prodotto è volutamente e scientificamente progettato per creare dipendenza. È tutta un’altra cosa. Carlo Alberto, la televisione generalista non è un social media, Spotify è sostanzialmente Radio on demand con scarsissima interazione, perché ci si limita ad ascoltare le canzoni, gli unici social media propri e di cui si può parlare sono Instagram, TikTok, Facebook, dove i meccanismi che creano dipendenza sono legati soprattutto alla dopamina del like. YouTube fa storia a sé, con l’infinite scrolling. In effetti, rispetto ad altre puntate più propriamente legate a temi economici sulle quali vi ascolto con religiosa ammirazione, l’impressione è che sul tema social media non abbiate centrato né il problema né di conseguenza l’analisi. Grazie ancora per il vostro lavoro, continuo ad ascoltarvi fedele.
Buonasera,
pur avendo apprezzato complessivamente questa come ogni altra puntata, sono un po’ perplesso per come è stato affrontato il primo argomento, ossia la sentenza contro YouTube e Meta. Il paragone con la TV (o addirittura la radio) mi pare debole, per il motivo sottolineato da Giannino: queste sono tecnologie che propongono lo stesso contenuto per tutti coloro che vogliono guardarlo, mentre YouTube e i Social profilano ogni singolo utente in modo individuale, e propongono contenuti che non sono solo genericamente “adatti” a lui, ma che servono a rinforzarne le convinzioni pregresse (qualunque esse siano), per il semplice fatto che ciò ha maggiori probabilità di incollarti allo schermo. Sei convinto che la terra sia piatta? YouTube ti proporrà decine di video di gente che la pensa come te. Idem Meta. Alla fine ti convincerai che gli scemi del villaggio sono tutti gli altri, non tu. TV e radio non hanno mai fatto nulla del genere.
Non solo: Meta ha un’efficacia di profilazione così avanzata che ormai sembra quasi leggerti nel pensiero. Non importa nemmeno leggere le chat private (quelle, almeno ufficialmente, sono crittografate ed escluse dall’utilizzo a scopi pubblicitari), bastano i metadati: con chi interagisci, a che ora, da dove, e soprattutto cosa cerchi/su cosa clicchi dopo la chat.
Ti sei appena mollato con la tipa? L’algoritmo lo capirà, e subito ti proporrà un video in cui Andrew Tate ti spiega che non è colpa tua, sono le donne ad essere ormai tutte meretrici. E da lì imboccherai un Rabbit Hole che peggiorerà la tua vita, esattamente come la peggiorano l’alcolismo o il tabagismo.
Ora, dobbiamo pretendere che tutto ciò venga vietato per legge? Ovviamente no, perché il proibizionismo non ha mai funzionato e non funzionerebbe neanche in questo caso. Ma almeno esigere che l’utente venga avvertito dei rischi che corre, non mi sembra scandaloso. Del resto, che i social abbiano effetti deleteri sulla salute mentale e il comportamento di molti (soprattutto bambini e adolescenti) è qualcosa acclarato da un’ormai abbondante letteratura scientifica. I diretti interessati ovviamente negano, ma se è per questo anche le aziende di sigarette hanno negato per anni che il fumo danneggiasse i polmoni.