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Il microfono di Oscar questa volta perfetto, tenete queste impostazioni e non azzardatevi neanche a pensare di chiudere… abbiamo bisogno delle vostre letture dei fatti dell’Italia e del mondo.
Mi ha fatto piacere sentire la parte finale sul ruolo dell’industria chimica. E’ la prima volta che sento parlare, fuori dalle agenzie specializzate, di industria chimica in Italia come fonte fondamentale di intermedi per tutte le attività produttive. Quello che non sento mai, neppure da Federchimica, è che in Italia l’industria, non solo chimica, non può svilupparsi “per legge”. In base al D.Lgs. 152/2006 l’aumento di produzione superiore al 20% in un sito italiano necessita di V.I.A. e, in base alle emissioni, deve pagare una compensazione al territorio dove è insediato. Questo significa che se costruisco un impianto di monomero nuovo o raddoppio la produzione di uno esistente (es. 300 kt/y -> 600 kt/y, i costi aumentano con la superficie e la produzione aumenta con il volume), riducendo il consumo specifico (per unità di prodotto) di un terzo, devo pagare una compensazione. Il risultato di questo assurdo D.Lgs. è che si fermano gli impianti in Italia e si costruiscono all’estero o peggio, per raggiungere la carbon neutrality (ENI) si fermano gli impianti chimici per ridurre le emissioni di CO2 e poter continuare a estrarre e vendere gas e petrolio; si vendono quote di soscietà di produzione di energia elettrica (enipower); si cattura e immagaizza la CO2 nel mare del Nord in UK, si costruiscono impianti fotovoltaici in USA. Anche gli animali (uomo compreso) e gran parte dei batteri aerobici e anaerobici per vivere emettono CO2. Quando smettono di respirare cessano le emissioni e c’è la morte.