Quattro domande per la rivoluzione del lavoro

Viviamo tempi complicati, e ci sono cose che restano per noi assolutamente incomprensibili. Una di queste è la totale mancanza di emergenza che partiti e dei sindacati continuano a riservare alla riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro. Su questo tema che vi rivolgo alcune domande per sapere come la pensate.

Uno

E’ un’emergenza vera o no? Oppure meglio aspettare che in qualche modo riparta tutto, a campagna di vaccinazione ben più avanzata? La mia risposta è gridata: è un’emergenza assoluta. Abbiamo in un anno 1 milione di poveri assoluti in più e quasi un 1 milione di occupati in meno (e no, non date retta a chi dice che non ha senso la riclassificazione che anche ISTAT ha adottato seguendo il criterio europeo: a non aver senso era considerare occupati i cassintegrati a zero ore per più di 3 mesi e gli autonomi fermi da più di 3 mesi, serviva solo a indorare la pillola e a dire che in fondo rispetto ad altri paesi UE il governo Conte ha fatto meglio…). Abbiamo perso in un solo anno più di tutti gli occupati aggiuntivi che in ITA avevamo a stento realizzato da inizio 2015 a fine 2019. Di cos’altro c’è bisogno di peggio, per considerare emergenza assoluta la riforma del lavoro? Se avete creduto nel blocco dei licenziamenti protratto per legge e nella CIG per tutti come panacea, direi che questi dati bastano e avanzano per non credere che basta ripartire e tutto tornerà magicamente come prima. Di sicuro non nei settori come moda, commercio, ristorazione, alberghiero, turismo e industria culturale. Ma anche industria e manifattura devono ristrutturare e innovare: non sono cose che si fanno a parità di perimetro e con gli stessi occupati di prima, sia per numero che per profilo.

Due

Serve ancora la CIG? Mia risposta: assolutamente NO. Né serve semplicemente estenderla a tutti i settori – tantissimi, fuori dall’industria – che non ne beneficiavano, come a fatica, tardi e male si è fatto nei mesi del COVID. Né serve sfoltirne la molteplicità, tra CIG ordinaria, straordinaria, in deroga e COVID-CIG. Diverse per procedure, gestione e rateo di copertura, solo la COVID CIG è integralmente a carico dello Stato, in quella ordinaria le imprese beneficiarie erano storicamente in posizione di saldo netto finanziario, cioè pagavano più contributi di quante ore poi fossero in concreto “tirate”, cosa diversa da “autorizzate”. Serve tutt’altra cosa: un nuovo ammortizzatore universale davvero, cui contribuiscano tutte le imprese secondo criteri omogenei (senza l’attuale incredibile varianza di contribuzione per settore), una NASPI riformata (cioè non protraibile per anni a zero ore, come può capitare oggi) e soprattutto basata su precise condizionalità di formazione. La formazione è oggi vietata per legge in regime di CIG. Non voglio aggiungere altro, perché la formazione è il pilastro per pensare di unire due obiettivi necessari: tenere al lavoro sia le coorti anagrafiche avanzate, sia immettere le più giovani. La formazione permanente va concepita e offerta come un diritto inalienabile della persona, come tale riconosciuto nei contratti (vedi l’ultimo avanzato esempio con il rinnovo di quello dei metalmeccanici).

Tre

Bastano i Centri Pubblici per l’Impiego e l’attuale ANPAL per le politiche attive del lavoro? Nel PNRR di Conte c’era scritto questo, ed è lo stesso orizzonte oggi del ministro Orlando. La mia convinzione è NO. Quel che serve non è potenziarli destinando loro altri miliardi, e assumendovi altre migliaia di persone e navigator. Le politiche attive del lavoro annegate nel Reddito di Cittadinanza NON hanno funzionato (non ha funzionato neanche l’obbligo per i percettori di rendersi disponibile a lavori socialmente utili nei Comuni, non sono state comunicate neanche le disponibilità alle Amministrazioni Locali tranne poche centinaia di casi in un anno). Non credo affatto che sia possibile smantellarli. Teniamoli pure in piedi. Ma NON possono fare quel che in anni hanno mostrato di NON saper fare. Cioè due cose: avviare a formazione diversa da quella dei corsi di formazione regionale, che anch’essi servono per lo più a occupare solo chi ci lavora, e offrono corsi per mansioni pre-moderne; intermediare offerta e domanda di lavoro conoscendo dal di dentro del mix d’impresa territoriale le nuove qualifiche davvero domandate dalle imprese. Quel che serve invece è un sistema delle nuove politiche del lavoro in cui lo Stato fissi standard del servizio su base paritaria tra soggetti pubblici e privati del sistema (tempi e modi della presa in carico del lavoratore, rapporti con i formatori, percentuale di successo nelle ricollocazioni). Lo Stato regolatore diventa dunque ancor più centrale nella vigilanza continua della qualità e dell’efficacia delle politiche attive, non un dispensatore di redditi da lavoro pubblici “a prescindere”. Ma la gestione di questi servizi può e deve essere offerta sia dai centri pubblici attuali sia dalle società private di intermediazione del lavoro, molto spesso multinazionali che in questo settore vantano procedure, expertise e affiancamento “interno” e non esterno al sistema produttivo di beni e servizi. Nonché un lungo track record comparato di lezioni imparate in ogni grandi Paese avanzato. Per questo intermediano una quota multipla di domanda e offerta, rispetto ai Centri Pubblici. La forma ottimale sarebbe considerare una parte del nuovo ammortizzatore universale come voucher a libero impiego, da parte del lavoratore o nelle modalità contrattuali convenute tra singola impresa e sindacati, sia verso i centri pubblici che verso gli operatori privati. L’occupabilità diverrebbe una gara comparativa vigilata dallo Stato a chi garantisce risultati migliori e più rapidi, una maggior percentuale di nuovi contratti a tempo indeterminato, e nuova occupazione in imprese più stabili. il Nuovo ANPAL, non quello attuale scandalosamente ancora guidato dal Mississippi dal professor Parisi, sarebbe il cuore della funzione di certificazione e vigilanza sull’intero sistema.

Quattro

Deve solo pagare lo Stato? La mia risposta è NO. E’ vero l’esatto contrario. La Cassa COVID CIG estesa e a carico integralmente dello Stato è una risposta d’emergenza comprensibile al primo lockdown. Ma più passa il tempo più esercita tre conseguenze negative. Alimenta l’illusione che il lavoro si difenda dov’era e com’era (impossibile in un sistema in cui produzione di beni e servizi deve compiere un balzo in avanti, inaccettabile perché difendere il lavoro dov’era e com’era significa protrarre un sistema che presenta il conto da 30 anni a giovani e donne, il cui tasso di partecipazione al lavoro resta bassissimo, e che sono a ogni crisi quelli che perdono più occupazione anche nei contratti a termine loro proposti). Al contrario, la rivoluzione dell’occupabilità chiede due nuove scelte di finanziamento concorrenti. E’ giusto che le imprese paghino di più, potenziando la loro contribuzione al cosiddetto assegno di ricollocazione inteso come voucher a capitalizzazione a vantaggio del lavoratore: anche in questo caso ci sono negli ultimi anni non pochi esempi di contratti di lavoro nazionali e integrativi aziendali in tal senso: vanno resi una regola generale. E’ uno strumento di finanziamento che trova complemento nell’estensione per ogni classe d’impresa dell’attuale ampliato “contratto di espansione” per accelerare la staffetta generazionale e le nuove competenze. Ma al canale d’impresa va collegata una decisa e coerente riforma contributiva. Non serve a molto riproporre la vecchia via dei bonus a tempo, come puntualmente si è fatto e si fa nella pandemia con la decontribuzione del 30% per i nuovi contratti a tempo indeterminato a Sud, e con la decontribuzione generale per gli assunti “indeterminati” fino a 36 anni entro un tetto fino a 6mila euro l’anno per tre anni. I bonus a tempo non hanno funzionato strutturalmente al Sud, non funzionano nel fisco perché pongono nuove iniquità nella già complessa giungla delle aliquote reali tra percettori di uguali redditi a seconda della fonte di percezione, non funzionano perché in generale introducono nuove soglie di scoraggiamento strutturale a superarle lavorando, il contrario di una logica di sviluppo auto-sostenibile. Sono solo enormemente onerosi per la collettività. Al contrario, per giovani e donne e carichi familiari, serve da una parte una riforma complessiva dell’IRPEF con più alta quota degli attuali 8mila euro d’incapienza (diciamo 12-15mila euro annui) a cui devolvere invece un’imposta negativa (per me da sostituire all’iniquo reddito di cittadinanza attuale, corrisposto per una soglia nazionale standard di reddito per cui moltissimi dei nuovi poveri assoluti al Sud non lo percepiranno, e iniquo anche per carichi familiari ), collegata a una generale revisione delle detrazioni familiari (mancante all’attuale “assegno unico”, che in teoria deve sostituire decine e decine di bonus a tempo ma non ha soldi bastevoli per coprirlo, e comunque è ancora scollegato da una revisione organica delle detrazioni fiscali per le persone fisiche). Ma al pilastro fiscale va affiancato anche quello contributivo: anche in questo caso No a bonus a tempo, serve una scelta radicale. Per alzare l’occupabilità di giovani e donne e per fermare la verticale picchiata demografica bisogna avere il coraggio di dire per esempio che sperimentalmente per 15 anni il carico contributivo dei nuovi assunti giovani e donne, sia a tempo che no, è strutturalmente MOLTO più basso (sia nella componente personale che in quella a carico d’impresa) dell’attuale, per salire poi col progredire della continuità e anzianità contributiva. In termini attuariali, tutti verserebbero lo stesso montante contributivo dopo 20 anni di lavoro, ma l’occupabilità salirebbe in termini strutturali, non soggetta al cambiare dei governi come coi bonus a tempo. Meglio accollare allo Stato l’effetto di vigilare sugli ammanchi a breve per l’INPS (siamo in un orrendo sistema a ripartizione delle pensioni) ma nel frattempo smettendo di prepensionare, che affidarsi a scelte inefficaci di orizzonte breve.

Siamo sognatori? Dite la vostra.

Oscar Giannino

4 thoughts on “Quattro domande per la rivoluzione del lavoro”

  1. Si oscar sei ..siete..siamo dei magnifici sognatori ma non possiamo mollare ora . Abbiamo con draghi e con il nex g.eu. Il dovere di guardare al futuro dei nostri figli e nipoti e di aiutarli a crescere in un mondo decente competente e con diritti amplificati e non negati. Eh sì caro Oscar siamo temo degli incorreggibili sognatori. Grazie veramente di tutto.p.s mi sto organizzando per donare ma per favore aggiungi anche le Crypto per le donazioni.grazie

  2. Sono un piccolo imprenditore del settore horeca e voglio dire la mia sciocchezza:
    Si potrebbe semplificare la contabilità delle buste paga in modo che un datore che lo preferisse possa adempiere in proprio?
    E corrispondere al lavoratore un importo lordo a fronte di una sua semplice ricevuta da contabilizzare e poi è il lavoratore stesso che provvede a versare le sue tasse e i suoi contributi oltre ad accantonarsi da solo dei soldini per le ferie o i regali di Natale se lo vuole vi sembra proprio un’eresia?
    Vi prego, siate gentili con le risposte.
    Grazie.

  3. Io sono abituato a leggere molto e di tutto, ma questi post sono troppo lunghi… molto interessanti ma troppo lunghi. Consiglierei una maggiore sintesi o una “spalmatura” su più uscite

  4. Concordo con le proposte, e temo purtroppo che restino nell’ambito dei sogni. in larga parte della politica italiana osservo una pervicace volontà di non guardare alla realtà delle cose e difendere uno status quo saldamente ancorato nel passato, con la scusa di garantire non meglio precisati diritti. L’unica cosa che questa difesa garantisce é di rimanere indietro nel mercato del lavoro europeo (e non solo). lo dico per esperienza da expat…
    giusto un commento sul tema della formazione. continuare ad ignorarne l’importanza sarà una pesante zavorra per il futuro del mercato del lavoro. Mi piace molto l’idea dei voucher spendibili dal lavoratore di propria volontà. É un’idea semplicissima e a mio parere efficacissima. lascerebbe libertà di scelta, rinforzerebbe mercato dell’offerta di formazione, giá interessante in Italia, ma privo di incentivi. Un’altrnativa sarebbe rendere detraibili i corsi di formazione liberamente scelti dai dipendenti privati.
    non potenziando la formazione, si mettono in svantaggio intere generazioni di lavoratori e disoccupati, perché i lavori stanno giá cambiando e loro non saranno pronti…

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