Una via alternativa a dipendere sempre più da Stato, partiti e CDP: la finanza d’impatto

Entro un paio di settimane è atteso un nuovo decreto legge dedicato alla scadenza delle moratorie bancarie concesse a famiglie e imprese, e all’indebitamento delle imprese. ABI e Bankitalia giustamente hanno sottolineato al governo la necessità di protrarre le moratorie, ma al contempo di iniziare a battersi in Europa per misure che tutelino le banche dal ritrovarsi tra non troppo nella necessità di massicci rafforzamenti di capitale per far fronte a una nuova drastica impennata dei crediti deteriorati.

E tuttavia, a parte la riproposizione del mantra “Europa matrigna” che non mi convince quasi mai, in realtà sono palliativi. E’ la solita tecnica italica del calcio alla lattina.

Provo allora a spiegare una via alternativa che a Carlo Alberto Carnevale Maffé, Renato Cifarelli e me convince molto di più.

Partiamo da una premessa. Quel che ha detto Draghi nel suo discorso per la fiducia.

Due frasi, sulla materia che qui trattiamo, accendono fari nella notte.

Prima frase. “Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando, più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti”.

Seconda. “Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione”. Come a dire: lo Stato fissa gli standard e gli obiettivi, non è detto affatto debba gestirne la loro realizzazione.

Possono sembrare espressioni tecnico-finanziarie. Non è così. Se attuate appieno, sarebbero una rivoluzione. E il PNRR dovrebbe costituire lo strumento attuativo anche di questa rivoluzione. Il primo potrebbe e dovrebbe veder mutato l’impianto realizzativo stesso di tutti gli investimenti pubblici aggiuntivi consentiti dal Next Generation UE. Il secondo dice che la risposta per iniziare a separare imprese zombie da quelle in crisi ma con un futuro, oppure semplicemente bisognose di un salto d’investimento per crescere ancor più, non si realizza certo coi 40 miliardi dati a CDP per far lei la selezione, ed entrare poi nel capitale delle imprese stesse estendendo ulteriormente l’intromissione diretta pubblica nel privato come non bastasse l’estensione a fisarmonica attuata sui poteri di golden power.

In cosa consiste, la via alternativa? Nell’avvio in vasta scala della partnership pubblico-privata per aumentare la leva finanziaria delle risorse, ma incardinandole su progetti tenuti a obiettivi di performance valutati in termini di mercato, insieme ottenendo garanzia per la parte pubblica di miglior uso e controllo delle risorse utilizzate e degli obiettivi raggiunti, e un maggior effetto di aumento del PIL potenziale a vantaggio di imprese, lavoro e famiglie.

IL PNRR, secondo le linee guida UE, deve adottare tale strumento per accrescere ammontare ed efficacia degli interventi. E’ stata ad esempio la scelta della Grecia, su indirizzo del Nobel per l’Economia Pissarides. Se anche l’Italia imboccasse la via di una spesa basata sui risultati così da assicurarsi il raggiungimento di obiettivi strategici entro certe unità di tempo, la regia pubblica potrebbe arrivare persino a raddoppiarne i 209 miliardi di dotazione, lasciandone però implementazione e rischio operativo a operatori privati.

Nelle Linee Guida del PNRR di Conte si citava il partenariato pubblico-privato in questi termini: “saranno adottate anche iniziative dirette a creare le condizioni necessarie per il concreto ed efficiente coinvolgimento di risorse private, laddove ne sussistano i presupposti, nel settore della realizzazione di infrastrutture di pubblica utilità, anche attraverso schemi di partenariato pubblico privato e di leasing pubblico”. Ma non era affatto sufficiente. Vedremo se il PNRR di Draghi resta uguale, ma noi speriamo di no. Infatti tutt’altra cosa è varare una nuova disciplina generale in ogni campo per il partenariato pubblico-privato su base di risultati, disegnando una triangolazione tra l’amministrazione pubblica, l’operatore economico che assume le obbligazioni di risultato (i KPIs, in gergo tecnico), e soggetti terzi di mercato che finanzino in tutto o in parte l’operatore economico.

Chiamiamola finanza ad impatto sociale con rendimenti misurabili. In fasi di dura crisi economica e sociale, mentre come oggi è enorme la liquidità sui mercati, è ancor più indispensabile. Poiché l’amministrazione pubblica concedente è da essa più garantita, in quanto pagherà il corrispettivo solo al raggiungimento del risultato e nella misura prestabilita. Mentre il finanziatore (che ha assunto il rischio finanziando l’operatore) avrà il massimo interesse a mettere in campo tutte le azioni, preventive e di monitoraggio, affinché l’operatore economico raggiunga il miglior esito, al fine di garantirsi il recupero.

Un simile schema non solo andrebbe attuato per il PNRR, potrebbe e dovrebbe divenire la modalità ordinaria della spesa e degli investimenti pubblici di una PA riformata. Superando lo schema di project financing che nel nostro ordinamento debuttò nelle sole infrastrutture (in maniera fallimentare e truffaldina nell’Alta Velocità di Necci, e i grandi gruppi di Stato e le Fiat ne beneficiarono in maniera enorme perché alla fine tutto restò a carico del contribuente), per renderlo invece un vero e proprio partenariato istituzionalizzato per ogni tipo d’intervento attraverso entità d’investimento pubblico-private su base paritaria. NON la CDP. L’effetto sarebbe una chiamata generale agli investimenti privati di imprese, intermediari finanziari domestici ed esteri.

Potrebbe derivarne anche una più sicura via alternativa a quella sin qui seguita nella pandemia rispetto all’intera mole di sovvenzioni e incentivi alle imprese. Sono stati posti in essere decine di nuovi fondi ad hoc presso i più svariati ministeri, come interfaccia obbligato per l’accesso ad agevolazioni pubbliche: dal sostegno alla liquidità, alla patrimonializzazione, alle fusioni, a internazionalizzazione ed export. Ciascuno con criteri discrezionali decisi dalla politica, non misurati attraverso indicatori di rischio e obiettivi.

L’effetto è di aver moltiplicato gli anni di cash flow delle imprese da volgere a oneri e restituzione del maggior debito contratto con garanzia dello Stato. Il debito delle imprese si è accresciuto tanto da rendere in molti settori inesistente o trascurabile il margine destinabile a investimenti. Se fosse invece adottato uno schema generale di partenariato come quello indicato, si otterrebbero tre diversi risultati. Sarebbe meglio possibile chiedere alla UE un innalzamento cospicuo dei 6 anni concessi alle imprese per la restituzione dei prestiti a garanzia pubblica. Si agevolerebbe la possibilità di conversione di parte del debito delle imprese in strumenti ibridi temporanei di partecipazione pubblica al loro capitale ma senza diritti di governance, scongiurando nuove estese statalizzazioni. E si creerebbe lo strumento per la cernita delle imprese zombie in cui non ha senso riversare sostegni (bisogna pensare invece ai loro lavoratori, con nuovi ammortizzatori e politiche attive del lavoro volti entrambi alla rioccupabilità) da quelle che ristrutturando e investendo hanno buone possibilità di ripresa, secondo quanto detto da Draghi più volte nel corso degli ultimi mesi.

Da una svolta che creasse una grande alleanza finanziaria pubblico-privata ognuno avrebbe di che guadagnare. Sia le imprese e la ripresa di lavoro e reddito, sia la sostenibilità del maxidebito pubblico. Certo, politica e partiti perderebbero la discrezionalità che amano molto. Ma sarebbe solo un vantaggio aggiuntivo.

Che ne pensate? Sogni troppo ambiziosi?

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