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Gentilissimi,
sono un vostro affezionato ascoltatore dai tempi de “I conti della belva”! Vi mando questo commento in ritardo perchè sono riuscito ad ascoltare la puntata solo ieri.
Lavoro in Fondazione Telethon da quasi 10 anni, prima come responsabile delle relazioni internazionale e, da qualche anno come responsabile delle relazioni istituzionali. Benchè non sia io stesso un ricercatore, come potete immaginare lavoro a stretto e diretto contatto con il mondo della ricerca.
Mi ha molto colpito la relativa approssimazione con cui avete trattato il tema dei contratti di ricerca, almeno su 2 punti (mi scuso fin d’ora per la lunghezza della mail ma credo sia un tema importante che va affrontato con attenzione):
1. il bando da 50mln lanciato dal ministero dell’università e della ricerca per attrarre talenti NON può essere uno strumento per attirare ricercatori dagli USA non solo per l’importo relativamente modesto ma soprattutto perchè, tra le regole di ammissione al finanziamento, prevede che il ricercatore che fa domanda abbia da poco conlcuso o stia ancora conducendo un progetto finanziato dall’European Research Council. Come dice l’acronimo stesso, ERC è un programma Europeo che prevede che la ricerca sia svolta in Europa. Quindi è vero che al programma ERC sono ammessi anche ricercatori extra-europei ma che hanno comunque già deciso di venire in Europa. Il bando del ministero italiano quindi può forse attrarre in Italia ricercatori che, avendo ottenuto un finanziamento ERC, sono già in Europa ma non ricercatori che oggi sono ancora negli USA. Capisco che la questione sia complessa ma penso sia importante chiarirlo perchè ho la sensazione che ci stiamo vendendo questo investimento di 50mln come una misura per attrarre nuovi ricercatori dagli USA quando in realtà è un programma dedicato a chi è già in Europa (scrivo “stiamo” perché non mi risulta la Ministra Bernini abbia mai detto esplicitamente che era una misura dedicata ai ricercatori USA anche se ha fatto molto per lasciarlo intendere);
2. sul tema del contratto della ricerca credo che il dibattito non stia mettendo a fuoco i temi reali che, a mio modesto avviso, sono 2:
a. la scarsità cronica di risorse pubbliche per la ricerca in Italia -> i contratti della ricerca previsti dalla norma voluta dal governo Draghi sono in media più costosi di circa il 30% rispetto agli assegni di ricerca e, semplicemente, le università non sanno dove prendere le risorse per far fronte a questo costo aggiuntivo. Collegandoci al punto sopra però, il tema non è il tipo di contratto ma le risorse che si vogliono destinare alla ricerca. Indipendentemente, infatti, dal tipo di contratto, se davvero vogliamo attrarre i migliori talenti (e il mercato della ricerca è un mercato globale) non possiamo pensare di farlo né con i 20K anno attualmente previsti come minimo per gli assegni di ricerca né con i 26.5 del contratto della ricerca. Il tema non è quindi di forme contrattuali ma di risorse. Certo, anche la flessibilità contrattuale è importante ma il contratto della ricerca prevede 2+2 anni, non un tempo indeterminato. Come tutti i ricercatori vi possono dire, 2 anni sono il minimo (e spesso non bastano) per pensare di fare qualcosa in ambito scientifico quindi gli assegni di ricerca di 6 mesi non sono una “necessità” dettata dalla ricerca ma dalle scarse risorse (tanto che molto spesso gli assegni vengono rinnovati in continuazione per periodi anche di 7, 8 e 10 anni!).
b. l’incapacità dell’università italiana di formare persone che possono perseguire ANCHE una carriera non-accademica, anch’essa cronica salvo rare eccezioni. La struttura organizzativa della ricerca, sia in Italia che all’estero, è estremamente piramidale, con un capo laboratorio/PI/professore, pochi post-doc e “molti” dottorati. È quindi normale pensare che non tutti i dottorati potranno diventare post-doc e non tutti i post-doc diventeranno professori. Mettere un limite temporale ai rinnovi dei contratti per i post-doc è quindi, a mio avviso, funzionale anche a non tenere dei giovani (e poi neanche più tanto giovani) in un limbo di carriera in cui è chiaro che non potranno avanzare. Dopo 3 o 4 anni di dottorato e altri 4 di post-doc, l’università dovrebbe essere da un lato capace di selezionare i migliori o i più portati per la carriera accademica e dall’altro aver dato a chi quella carriera non la può proseguire, degli strumenti per potersi trovare un lavoro al di fuori dell’accademia. Purtroppo invece molto spesso succede che chi è inserito in percorsi di dottorato e post-doc non acquisisce competenze spendibili sul mercato del lavoro “esterno” e, tragicamente, nemmeno la consapevolezza che tale mercato esiste. Alla fine quindi chi esce dall’accademia non lo fa perché ha trovato come valorizzare le proprie competenze ma per sfinimento; e chi rimane, andando magari poi a coprire ruoli di professore, non sempre è il più meritevole ma spesso solo il più “resistente” (vuoi perché può contare su risorse economiche di famiglia e quindi si può accontentare di compensi ridotti e saltuari, vuoi perché è riuscito a stare aggrappato al professore “giusto”).
In sintesi, chiaramente il contratto della ricerca da solo non risolve questi problemi ma il ritorno al sistema precedente non è certo una soluzione migliore.
Chiudo invitandovi a seguire domani le due interviste sul tema del contratto della ricerca che saranno pubblicate dal sole 24 ore e dal messaggero rispettivamente a Francesca Pasinelli (ex DG di Fondazione Telethon) e Daniele Eleodori (Direttore HR di Fondazione Telethon). La Fondazione ha introdotto da 2 anni un contratto della ricerca non troppo diverso da quello proposto dalla riforma del governo Draghi e i risultati sono interessanti.
A vostra disposizione e sempre grato per il lavoro straordinario che fate!