Cosa insegna il flop del primo concorso-rivoluzione di Brunetta

Poiché avevo detto, scritto e motivato le mie osservazioni critiche ai nuovi meccanismi di concorso fast track voluti dal ministro Brunetta in vista del suo nuovi piano di maxi assunzioni nella PA, sono rimasto stupefatto dalla scarsissima attenzione che i media alcuni giorni fa anno riservato al clamoroso flop del primo bando appunto fast track, che oltretutto era volto a selezionare e assumere una task force di 2800 professionalità avanzate già formate per consentire l’avvio e il controllo del PNRR stesso, in buona misura da destinare al rafforzamento delle scarse capacità tecniche di Regioni e Comuni (si deve a questo la bassa percentuale ordinaria di utilizzo delle risorse ordinarie nel sessennio europeo che alla fine, per non perderle, induce a disperderle in migliaia di interventini del tutto non risolutivi ma elettorali : motivo in larghissima parte giustificato della diffidenza di molti paesi UE della capacità reale dell’Italia di usare davvero bene e in 5 anni la mole di risorse del Next Generation EU).

Il flop c’è stato ed è stato clamoroso. E’ un pessimo segnale per i prossimi bandi. E mi ha sorpreso altresì non solo la bassa attenzione dei media, ma il fatto che abbiano dedicato alla vicenda una belle raffica di luoghi comuni inveterati. Che con le ragioni del flop non c’entrano nulla, secondo me: sono solo parte costitutiva da molti anni di un dibattito pubblico intossicato da parole d’ordine e slogan.

I fatti in sintesi. Al bando rispondono circa 80 mila candidati. La preselezione per titoli ed esperienze già formate li riduce al numero minimo necessario perché il bando non decada, cioè 3 volte multiplo dei posti finali da assegnare. Ma quando poi si tratta di passare alla fase successiva, la prova di concorso, in molte regioni dal 50 al 60% dei selezionati non si presenta. E così, formalmente, il bando dovrebbe decadere. Anche no, decide Brunetta innanzi alla malaparata.

I commenti durati poche ore sono stati variamente ispirati a tre topoi ricorrenti. Il primo: cari miei, se volete professionalità avanzate non potete proporgli un contratto a termine di pochi anni (è legato appunto al PNRR). Il secondo: cari miei, titoli e professionalità maturate o meno, se non è lavoro a tempo indeterminato non è lavoro interessante, tenetevelo voi. Il terzo: come volevasi dimostrare, si preferisce stare sul divano grazie al Reddito di Cittadinanza.

E invece no: questa volta i tre riflessi pavloviani sono fuori bersaglio.

Per tre ragioni, secondo me.

Innanzitutto, il maxi abbattimento tra chi risponde inizialmente ai bandi PA e chi davvero si presenta non è così distante dalla media storica recente. I grandi numeri iniziali sono il prodotto della disastrosa condizione in cui il nostro welfare e le nostre inani politiche del lavoro condannano giovani, donne e inoccupati. La coorte è immensa: per questo rispondono in tantissimi. Ma poi scendono di colpo.

Secondo: il bando non mi ha convinto sin dall’inizio. E’ classicamente stato scritto da accademici amministrativisti che ora hanno abbracciato la rivoluzione PNRR più Brunetta. Ma sempre accademici restano: un conto è insegnare diritto amministrativo, altro è avere esperienza diretta pluriennale DENTRO la PA. Per capirci in parole brutali: alla PA per i progetti PNRR non servono ingegneri ed economisti con ottimi voti e magari anche esperienza in banche e imprese; servono ingegneri e valutatori di performance economico finanziariaCHE CONOSCANO regole e procedure della PA e della contabilità pubblica. E’ esattamente il motivo per cui sono convinto che a regime la riforma della PA che si avvia col PNRR debba pescare gli ammessi ai concorsi da un grande portale nazionale in cui si certificano esperienze e formazione avvenuta al di fuori ma soprattutto AL DI DENTRO della PA : ne parlammo in un episodio del podcast con Luigi Oliveri, nell’ambito della dirigenza pubblica votata alle riforme è per me da anni un punto di riferimento (lo trovate qui: luigioliveri.blogspot.com). Ergo bisognava puntare a competenze elevate già formate nella PA e da valorizzare rispetto a funzioni attuali (ce ne sono, ce ne sono eccome in Comuni medio-grandi e Regioni e Ministeri) per una buona metà di quei 2800, a cui affiancare in tutorship la parte restante di giovani selezionati tra chi ha i titoli richiesti. Le professionalità elevate bell’e pronte per la PA ma senza esperienza di PA sono una classica illusione di efficientismo ottimo sulla carta, ma che fa cilecca nella realtà.

Terzo: l’errore finale , incredibile errore per me. Aver richiamato a questo punto tutti gli scartati iniziali, per non far decadere il bando. Col che ciao ciao assunzione dei migliori, il problema è assumiamoli nel numero che ci serve purchessia. Andavano invece riaperti i termini del bando, per consentire ad altri eventualmente di presentarsi alla preselezione. Rispiegandolo bene, e magari con una quota elevata di assunti sotto tutorship, da avviare poi a carriera successiva interna alla PA a fronte di un’ottima prova offerta negli anni di PNRR. Sarebbe stato molto meglio che i9nziaire la tornata rivoluzionaria di nuovi concorsi fast track della PA con questo fallimento clamoroso che reindossa la solita veste stazzonata di una sanatoria su requisiti diversi da quelli programmati, ma naturalmente senza cambiarli sulla carta e negli annunci mediatici.

Mi dispiace caro Brunetta: vediamo di non fare di questa vicenda un precedente, perché è un pessimo precedente.

Oscar Giannino

3 thoughts on “Cosa insegna il flop del primo concorso-rivoluzione di Brunetta”

  1. Dove vivete?sono laureato in legge, avvocato (non esercito perché non ho uno studio alle spalle e se mi va bene mi danno 300€) se non fosse per il rdc non potrei vivere solo. Partecipo al suddetto concorso, comune di Roma, agenzia dogane.Sul divano è nascosta la vostra dignità

  2. OK per il 1° e 3° punto mentre non vedo la necessità di accordare una preferenza ai candidati che provengono dalla PA considerato lo stato comatoso in cui versa.
    Meglio forze nuove ed esterne, se bravi imparano subito e non sono contagiati dal male della burocrazia.

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